Conoscere come agisce il nostro cervello può esserci di aiuto in alcune situazioni della vita per capire come affrontarle e come funzioniamo.

In viaggio dentro al nostro cervello per capire come funzioniamo

Conoscere come agisce il nostro cervello può esserci di aiuto in alcune situazioni della vita per capire come affrontarle e come funzioniamo. Alcuni paragonano il nostro “sistema computazionale” a un palazzo a tre piani dove ogni piano è un luogo a sé in cui avvengono cose indipendenti da quello che succede negli altri piani.
In questa sorta di palazzina un pò particolare esiste un ascensore che permette di trasportare in formazioni da un piano all’altro. Ecco quindi che quello che succede al piano terra finisce per avere conseguenze anche al primo e al secondo piano.

Chi abita al piano terra? Il cervello rettiliano

Il piano terra rappresenta la parte più antica del nostro cervello (antica in termini evoluzionistici). Questo cervello viene definito “rettiliano” perchè è presente nell’uomo ma nello stesso tempo anche nei rettili (ovvero in forme di vita meno evolute rispetto a noi come ad esempio serpenti, coccodrilli, alligatori, ecc).

Il piano inferiore della nostra mente svolge un compito molto importante perché si occupa della nostra sopravvivenza. È qui che risiedono i centri nervosi deputati alla funzione cardiocircolatoria, respiratoria, che risiedono le centrali di comando del battito cardiaco o della frequenza del respiro che, magicamente, aumentano quando facciamo uno sforzo fisico. A questo livello intervengono inoltre tutti i processi involontari necessari alla nostra sopravvivenza e se così non fosse sarebbe davvero un bel guaio.

È il piano terra inoltre che agisce ogni qualvolta ci troviamo ad affrontare situazioni estreme che possono compromettere la nostra sopravvivenza. In situazioni come queste l'”ascensore” viene bloccato e si decide tutto a questo livello. Di fronte a un evento inatteso e potenzialmente letale il cervello rettiliano si attiva automaticamente e istantaneamente, in maniera anche irrazionale, per portaci lontano dal pericolo. Irrazionale perchè a volte agisce in maniera sconsiderata, come nel caso dell’11 settembre quando alcune persone disperate provarono a salvarsi buttandosi dalle finestre delle torri gemelle in fiamme.

Altre volte il cervello rettiliano compie la sua opera in maniera paradossale e ci spinge a considerare pericoloso qualcosa che non lo è. Un pò come quando qualcuno per fare lo spiritoso urla “È un attentato!” e la gente non capendo più nulla inizia a scappare incurante di tutto e di tutti. Questo esempio ci dimostra che sarebbe meglio che, anche nelle situazioni estreme, ci fosse una parte razionale che interviene “guidando” la parte impulsiva nel processo decisionale. Non è facile fare ciò, non è automatico e significa connettere i piani del cervello tra loro permettendo a quelli superiori di frenare la reazione della componente rettiliana.

Calma e sangue freddo

Comunemente questa capacità è conosciuta come “sangue freddo” e sta a significare il saper controllare la situazione anche quando sembra, ai più, ingestibile. Questa capacità è tipica di chi affronta per mestiere emergenze e situazioni fuori dal normale.

Per fortuna però non tutti dobbiamo quotidianamente gestire situazioni al limite e quindi il nostro cervello rettiliano può restarsene in modalità “pilota automatico” per la maggior parte del tempo e in questo modo limitare l’energia mentale, che rimane disponibile per i piani alti del nostro palazzo.

Il primo piano è quello del “sentire”. Il cervello emotivo

Al primo piano del nostro palazzo non ci sono più gli istinti di sopravvivenza, bensì le emozioni, ovvero quegli aspetti della vita psichica in grado di farci stare molto bene ma anche tanto male.

Possiamo sentire il cuore in gola perchè passa accanto a noi la ragazza più bella della scuola o dell’ufficio oppure a causa della nostra serie horror preferita. Momenti diversi ed emozioni diverse tra loro che però hanno effetti simili sul nostro corpo (come ad esempio l’aumento del battito cardiaco). Ecco che in un caso abbiamo vissuto gli effetti della felicità e nell’altro quelli della paura.

Al primo piano ha sede la centrale operativa che sovrintende alla nostra vita emotiva. Lì trovano casa le sei emozioni primarie: rabbia, paura, disgusto, tristezza, gioia e sorpresa. Quando una di queste si attiva quello che sentiamo è una sorta di esplosione interna, fino a un attimo prima eravamo tranquilli e sereni e un attimo dopo siamo in preda a un turbinio di emozioni.

Le emozioni sono prima di tutto una modificazione dello stato di equilibrio del nostro corpo. Sensazioni come battito accelerato, respirazione affannosa, senso di chiusura alla bocca dello stomaco sono segnali corporei che conosciamo e che trovano collocazione proprio nel cervello emotivo. Al suo interno vi è l’amigdala, una struttura grande come una mandorla con la potenza di una centrale atomica. Nel momento in cui si scatena, il suo effetto rompe gli argini come uno tsunami difficile da contenere.

Preadolescenza e Adolescenza sono momenti particolari

Questo vortice di emozioni inizia a farsi sentire con maggiore forza a partire dalla preadolescenza (ovvero tra gli 11 e i 14 anni). Momento in cui il ragazzo/a inizia a sentire sensazioni intensissime per un sacco di cose che negli anni della scuola elementare neppure gli interessavano. Alcune di queste emozioni che iniziano a farsi strada, sono per esempio l’amore oppure la tristezza legata a una amicizia che finisce o viene tradita.

Vivere di sole emozioni sarebbe per noi esseri umani un pò limitante, semplicemente utilizzando il primo piano del cervello non potremmo risolvere quesiti di logica o problemi di matematica. Ecco dunque che, per fare ciò, ci dobbiamo spostare ai piani alti.

Il secondo piano è quello del pensare. Il cervello cognitivo

Al piano alto della mente si trova il motore “pensante” detto cervello cognitivo che è poi la centralina generale di tutto il sistema. Da qui parte ogni comando: quello che vogliamo, ciò che facciamo e ciò che sappiamo è il risultato di un intenso lavoro dell’ultimo piano del cervello. È qui che arrivano gli stimoli derivanti da incontri, relazioni, cose che ci fanno pensare, ecc. Tali stimoli possono stazionare nei piani bassi, ma prima o poi è bene che trovino il modo per salire e arrivare al secondo piano per divenire esperienza.

Il cervello cognitivo è composto dalla materia grigia, è qui che si esplicano i compiti più complessi del nostro funzionamento mentale. Compiti che solo noi umani riusciamo ad assolvere grazie anche alla competenza del linguaggio verbale. Oltre a parlare, il nostro secondo piano del palazzo ci permette anche di risolvere problemi e progettare la nostra esistenza.

Gardner e le menti multiple

Il Dott. Howard Gardner, scienziato, ha parlato di “menti multiple”, ovvero ha descritto come un caleidoscopio di differenti cervelli, ognuno deputato ad assolvere a compiti specifici. La loro unione forma la nostra mente nel suo complesso. Nel modello di Gardner sono sette* le menti fondamentali, di queste, cinque, si occupano di competenze disciplinari specifiche: verbale-letteraria, logico-matematica, musicale, corporea, artistica.

Le ultime due sono l’intelligenza intrapersonale e quella interpersonale.

L’intelligenza intrapersonale corrisponde al motto “conosci te stesso” e promuove un continuo dialogo interno alla scoperta della propria essenza, attitudini, risorse, punti di forza e di debolezza. L’intelligenza interpersonale invece è la capacità di entrare in relazione con gli altri, conoscere le loro emozioni quando entrano in contatto con noi. La combinazione tra queste due intelligenze, intrapersonale e interpersonale, da vita alla famosa “intelligenza emotiva”.

Tutti e tre i cervelli sono funzionali alla vita e alla nostra sopravvivenza e crescita, la sfida da vincere è quella di usarli nel modo giusto integrandone le funzioni.

*In seguito, nel corso degli anni '90, il Dott. Gardner, ha proposto l'aggiunta di altri due tipi di intelligenza: quella naturalistica, relativa al riconoscimento e la classificazione di oggetti naturali, e quella filosofico-esistenziale, che riguarderebbe la capacità di riflettere sulle questioni fondamentali concernenti l'esistenza e più in generale nell'attitudine al ragionamento astratto per categorie concettuali universali.

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